Foto di una montagna russa.

Scrivere troppo, scrivere troppo poco.

Una delle prime cose che vengono dette quando si apre un blog, e social annessi, è che ci vuole tempo, perché è un’attività che porta via tempo ed energia.
L’hanno detto anche me e lo dico a mia volta. E non sempre si ha tempo, o se ne ha voglia. Succede, succede continuamente. Di avere impegni che ci assorbono totalmente, oppure a volte di avere problemi che ci allontanano da quello che dovremmo/vorremmo fare.

La scorsa settimana ho fatto due giorni fuori casa in giro per convegni. Non lo avevo mai fatto, è stato interessante ed educativo, ed anche sfiancante. Arrivata a casa la sera l’unica cosa che volevo fare era mangiare e dormire.
Poi si sono presentati una serie di problemi che hanno assorbito i miei pensieri. Sono consapevole che è poco utile farsi distrarre dai pensieri quando in realtà l’unica cosa da fare dovrebbe essere rimanere concentrata, ma così è stato.
In sintesi entrambi i blog, nonostante i moltissimi post nella mia testa, sono fermi da qualche giorno.

È un male? Ho rovinato tutto il mio lavoro, soprattutto su questo blog appena nato? Passare da momenti di grande produzione continua, e presenza costante sui social, al (quasi) nulla è un danno?

C’è chi vi risponderebbe di sì in modo assoluto e categorico, io al mio solito rispondo Dipende.
Non amo gli assolutismi e neanche i catastrofismi, sono più per la concretezza e la praticità.

All’inizio della mia carriera da blogger ero convinta che postare puntuale, in determinati orari, fosse importantissimo, tanto è vero che quando non ci riuscivo mi scusavo con i miei lettori.
Sono anche convinta che questo modo di pormi mi abbia poi portato ai riscontri che ho avuto in seguito ma, con il senno di poi e le conoscenze che ho ora, penso che non lo rifarei.

Nel tempo ho capito che il calendario editoriale (lo so ho promesso un post, non mi sono dimenticata) serve di più ai blogger (soprattutto in caso di redazioni e blog multi autore) che al lettore.
Quando è stato il momento di variare i giorni di pubblicazione o gli orari, spesso i miei lettori più affezionati mi hanno confessato che non si erano accorti che pubblicavo sempre negli stessi giorni e negli stessi orari.
Ovviamente serve la pianificazione per far funzionare le cose: quando si saltano interi giorni di pubblicazione, è molto più facile variare un programma esistente che uno campato in aria.

Il mio consiglio più spassionato, nel caso succeda, è di non farne una malattia.

Foto di una parete piena di graffiti.

La vera sfida è coinvolgere il lettore, farlo appassionare, una volta fatta questa cosa tutto il resto è di conseguenza. Quindi, se per una settimana non scrivete nulla, pazienza.

Una considerazione importante: ho sempre scritto molto, due/tre post a settimana, quindi è sempre stato facile recuperare il rapporto con i miei lettori. E ammetto che, scrivendo così tanto, è anche più facile perdonarmi, se qualche settimana va un po’ a caso.
Nel caso di pubblicazioni più diradate, la giustificazione della mancanza di tempo è molto relativa e l’affetto del lettore è più difficile da mantenere.

In questo fase entra in gioco l’uso dei social network.

Per quanti impegni, pensieri, poca voglia e tutti gli affini, possano tenerci lontano dal nostro blog e dai social, capita sempre di scattare una foto, o postare uno stato su facciadalibro (chiamo così facebook). Se siamo stati bravi a costruire i nostri social, questi pochi post costituiranno il legame con il nostro pubblico, quello più diretto, quello che soprattutto all’inizio (quando ancora non vivremo di ricerca organica) costituisce la quasi totalità dei nostri lettori.

Credo che l’unica vera chiave per fare un buon lavoro, indipendentemente dalla puntualità dei nostri post, sia la trasparenza e la sincerità.

Prima scrivevo che non mi scuserei più, ed è vero, ma non ho mai smesso di narrare il perché della mia assenza. Non serve raccontare i dettagli della propria vita privata, basta semplicemente raccontare a grandi linee (o comunque nella misura che riteniamo più opportuno) come mai non abbiamo pubblicato niente, ma non lo dobbiamo fare per farci compatire o per giustificarci, l’intento deve essere quello di dimostrare ai nostri lettori che sappiamo che esistono e che li rispettiamo. La differenza è molto sottile e, al contempo, importante.

Rimango convinta che un atteggiamento finto alla fine esce sempre fuori, sono convinta che piuttosto che scrivere tanto per riempire il blog è meglio non farlo, che ogni post deve contenere qualità e impegno, perché chi ci legge ci regala il suo tempo e questo tempo va rispettato.

In chiusura, Vi lascio le mie personali regole, costruite nel tempo:

  • non rispettare il proprio calendario editoriale non è di per sé un dramma: osservare la situazione per capire se è solo una fase momentanea o se è necessario cambiare la programmazione;
  • se il tempo è proprio poco, usare i social per mantenere il legame con i lettori;
  • non trascurare la seo: nei momenti in cui sarà difficile scrivere, aver lavorato bene prima impedirà un crollo nelle visite (ed aiuterà l’umore, soprattutto nel caso in cui scrivere si dimostrerà, effettivamente, uno scoglio difficile da superare);
  • trasparenza: non vendersi per quel che non si è (questo consiglio vale sempre, in ogni parola scritta ed in ogni atteggiamento);
  • scrivere quando si ha qualcosa da dire: capiteranno, soprattutto sui social, periodi più intensi alternati a periodi più taciturni. Non serve farsi venire l’ansia del Quanti post postare perché così l’algoritmo mi vede: scriviamo per noi stessi, per i nostri lettori e ricordiamoci che gli algoritmi vanno usati a nostro favore e non subiti.

Tu fai così?

Sì faccio così, dopo aver costruito il mio modo di fare blogging direttamente sul campo: sbagliando e andando dietro all’ansia da prestazione, piuttosto che agli algoritmi, ed arrivando a queste mie personali conclusioni. Ed in questa settimana che ho scritto poco, non sono mancati gli incoraggiamenti sui social ed i blog non hanno subito crolli (nonostante questo non viva ancora di ricerca organica).

Personalmente ritengo che sia il modo vincente di agire, ma sta ad ognuno di Voi sperimentare e trovare il proprio stile.

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